Archivio Antonio CribariSono cresciuto tra le fotografie di mio nonno. Quando la domenica oppure la sera della vigilia andavamo nella casa in piazza Santo Spirito a Firenze, era inevitabile guardarsi intorno: di fotografie non ce n'erano molte ma erano l'unica cosa da guardare. due donne nude riprese dal basso verso l'alto una vecchia che ride senza denti sguaiando ogni ruga un vagabondo stremato accasciato sull'asfalto due tossici poggiati contro un muro un nano triste affogato in un cappotto troppo grande Immagini forti, provocatorie. Poi c'era la serie dei bottegai: sarti, falegnami, panettieri, calzolai, orafi, scultori. Decine di persone affaccendate, ricurve, operose, attrezzate di mani sapienti e di sguardi compressi, pieni. Mai un soggetto in giacca e cravatta; negli scatti di mio nonno c'era soltanto gente lezza o imbrattata, infrattata, impegnata in gesti umili, sconsiderati. Mi piaceva il suo sguardo rivolto sempre verso i lati. Si chiamava Neorealismo ma per me era vita e basta. Era arte: replicare la fatica, evocativa, di un istante. Avevo quasi quattro anni - era il 1981 - quando mio nonno riuscì a mettere su l'unica sua mostra fotografica, con tanto di locandina, inviti e tutto il resto. Si intitolava "L'artigiano artista" e comprendeva gran parte di questa vita bottegaia raccontata con tanta - mi piacerebbe dire irriducibile - passione. Invece no. Perché anche quella passione, all'improvviso, si spense. In coincidenza con l'inizio della fine - crolla il comunismo, sboccia il consumismo - nonno Tonino chiuse in un cassetto la sua Pentax e smise per sempre di fotografare. «Perché non fotografi più, nonno?» «Sono stanco.» Poi guardava verso il muro come a dire: io ho già fatto, guarda. da Blu ricordo (Emuse, 2026) |
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