emilianocribari

"Cammino per contrasto"


Cammino per contrasto. Per una naturale forma di adesione alla minoranza delle persone. Quando andavo a scuola, quasi tutti i miei compagni di classe tifavano per la Fiorentina. Io non ci riuscivo. L’ideale sarebbe stato non tifare. Però il calcio mi piaceva. Il colpo balistico, il tocco sopraffino. Mi piacevano i piccoli gesti effimeri: il tunnel fine a se stesso, la chiusura chirurgica in fallo laterale. Il calcio ha regalato poeti. Insomma, avere una squadra per cui tifare mi piaceva. Che però non fosse la Fiorentina. Sono convinto che il mio non fosse egocentrismo. Semmai spirito di contraddizione. Oppure quella che ai tempi il professor Sartini avrebbe definito "voluptas dolendi", la volontà di soffrire, il sottile piacere di crogiolarsi nel dolore. È per questa turbolenza che cominciai a tifare Atalanta. Per il piacere di resistere. Per godere dell’impari. L’Atalanta era la squadra di Caniggia, di Evair. La squadra di Bergamo. Non di Milano, non di Roma, ma di Bergamo. La squadra che dal nulla approdò miracolosamente in semifinale di Coppa delle Coppe. Sovvertendo ogni ordine. Era la voce del popolo salito in cima alla montagna a prendersi il potere. Atalanta - Malines, me la ricordo ancora. Vista in piedi in cucina nella casa di Via Varsavia. In quegli anni, tifare Atalanta significava gioire anche di un punto conquistato in casa contro la Cremonese. Bastava un passo in classifica per essere felici. Difesa e contropiede. Umiltà. Dover soffrire era ovvio. Tutto era lontano e in salita. Proprio come in montagna. Ogni partita dell’Atalanta era un’avventura. Un cammino a tappe verso la salvezza. Quello era anche il periodo delle prime letture. Divorate più che altro per capire, per indagarmi. Ovviamente alla potenza della narrativa ho sempre preferito la gracile precarietà della poesia. La narrativa occupa intere librerie, le domina, le alimenta. La poesia al contrario è schiva, sta in disparte, fa tenerezza. È lì perché Pavese, Caproni, Montale, da qualche parte devono comunque pur stare. Anche soltanto per questo amerei di più la poesia. Per entrare in libreria e chiedere dov’è, se c’è, il reparto poesia. Per non perdere il vizio di uscire a mani vuote da un luogo traboccante di meraviglia. Del resto ormai quasi nessuno compra libri di poesia. E dire che è un estratto miracoloso, che andrebbe assunto almeno una volta al giorno. Una goccia, una parola. E la parola è tutto, in poesia. Il colpo balistico, il tocco sopraffino. Il piccolo gesto effimero. Il tunnel. La parola poetica si sceglie: è una. Un’altra parola e crolla tutto. La poesia svanisce. Eppure… Scartata la parentesi universitaria, arrivò il momento di iniziare a lavorare. L’unico momento della mia vita in cui ho saputo rispondere alla domanda "Che lavoro fai?" è stato quello in cui facevo il fotografo di eventi. Per il resto ricordo soltanto una sfilza infinita di balbettii. E anche quando riuscivo a spiegare cosa facessi, quasi sempre la domanda successiva era "Sì, ma di lavoro?". Amo di più le strade contorte. La comodità m’angoscia, come l’approdo. Mi piace solo camminare, attendere, sperare. Non è un caso se a qualsiasi mezzo di trasporto ho quasi sempre preferito i piedi. Capita che per raggiungere un sentiero (o tornando da un sentiero) debba camminare lungo strade asfaltate, sul ciglio della strada. Le automobili mi sfrecciano accanto infastidite. Occhi basiti sembrano dire: "Ma perché?". In quei momenti io sto bene. Mi sento centrato. Sento di fare una cosa profonda, essenziale. Voi andate forte, io vado piano. Voi usate la macchina, io uso le gambe, il corpo, il respiro. Uso la terra che mi è stata prestata. Lasciando meno tracce che posso. In quei momenti la fatica diventa un eccesso di piacere. Lo zaino è la mia casa, la mia unica ricchezza. Mi basta. Più voi vi climatizzate, più io godo del sole, cocente, d’agosto. O del freddo che ravviva, che fa dire le nuvole, che schiarisce le idee. C’è un piacere impagabile nella normalità di andare piedi. Un gentile senso di riscossa. È l’Atalanta che vince 3-0 a Milano contro il Milan. La poesia che occupa tutta una libreria. È il piacere, assoluto, del ritorno all’essenziale. Camminando non si può mentire. Né a se stessi né agli altri. Lo si può fare per un po’: per qualche chilometro, per un giorno. Poi la terra scotta, e la fatica diventa gioia, prossimità, confidenza. Camminando c’è spazio. Non si domanda "come stai?" giusto per dire qualcosa. Tra i boschi, in cammino, tante persone rispondono "male, sto male", trovando il coraggio di dire la verità. E tante persone trovano il coraggio di ascoltare. Se c’è una cosa che amo, quando cammino insieme agli altri, è la gioia che vedo nascere in chi, camminando, ha scoperto di saper ascoltare. Vedo crescere il piccolo seme di una vittoria: quella della gentilezza. Dell’unica forma di salvezza che forse ancora ci è rimasta.
Link
https://www.emilianocribari.it/cammino_per_contrasto-s3409

Share link on
CLOSE
loading