emilianocribari

"Il valore dell'aria"


Sulla scrivania ho poche cose. Un taccuino, un segnalibro, un libro. E poi un piccolo diario, intitolato "Il valore dell’aria". Sta lì a ricordarmi ogni giorno quanto sono fortunato. Comincia così:

Conobbi Armido verso la fine del 2016. Era stato ricoverato da pochi giorni nella stessa RSA dove io stavo finendo di lavorare a un progetto fotografico. "È una persona speciale" mi disse Cristina a telefono. "Voglio fartelo conoscere". Cristina era la coordinatrice infermieristica della RSA. Non persi tempo e andai subito da lui. Ho un’immagine di me, in piedi, accanto al suo letto. Il suo sguardo timido e gentile, come una carezza. Un’ammissione di umanità che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Alla televisione il viavai ipnotico di una gara di nuoto. "Ti piace lo sport?" gli chiesi. E dal silenzio che ne seguì iniziai a conoscere Armido. Dal suo mezzo sorriso, come a dire "è l’unica cosa che posso fare". Allora mi sono presentato. Ci siamo dati la mano. Come nell’ultimo giorno prima che venisse addormentato.

Armido era affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica. SLA.

Dopo avere incontrato Armido per la prima volta, sentii subito la necessità di conoscere meglio la sua storia. Così tornai a trovarlo. Quasi ogni giorno, per alcuni giorni. E ogni volta che mi congedavo da lui questa urgenza cresceva, alimentando la certezza che nel rapporto con questa persona avrei potuto dare e prendere molto. Finché un giorno mi confrontai con Cristina sulla possibilità di raccontare fotograficamente quella che sarebbe stata la vita di Armido da quel momento in avanti. Poi ne parlai direttamente con lui. Armido mi guardò e sorrise. Certo, sì, non ci sono problemi, mi disse, senza neanche un attimo di esitazione. E l’aria nella stanza mi sembrò improvvisamente più leggera. Avevo forse intuito che stava iniziando qualcosa che avrebbe segnato per sempre la mia vita.

Da quel giorno iniziai a frequentare Armido quasi quotidianamente. Io che avevo il terrore della malattia. Della sofferenza. Un pensiero costante che abita ancora ogni mio giorno. Perché io sono fortunato? Perché io sì ed altri no? Cosa accade tra i pensieri di chi ha appena scoperto di essere gravemente malato? E poi dopo? Mi paralizza più l’idea d’essere inerme che l’idea della morte in sé. È l’idea di essere osservato che mi devasta. Della gente che entra in camera per salutarmi. Che mi prende una mano, che mi sorride. Che mi mente.

Qualche volta Armido scendeva in palestra. Dipendeva dall’umore, da come era riuscito a scampare alle empietà della notte. Altre volte veniva coinvolto in semplici attività di gruppo. In quei momenti io cercavo di nascondermi, per non alimentare l’evidente disagio che provava. La sua lucidità gli consentiva di vedersi da fuori, e questo lo faceva sentire ridicolo, finito. Uno dei suoi tarli più grandi è stato quello di non avere avuto il tempo di razionalizzare la malattia. "Atipica e galoppante" la definì una volta un medico. E Armido se la trovò addosso così, di colpo, in un letto bianco, dopo un’operazione. Addosso e per sempre, con il marchio a tre lettere - SLA - orribilmente impresso su un tubo conficcato nella gola. Tante volte l’ho visto scuotere la testa come a dire "Cosa ci faccio qui? Perché?". Una volta eravamo in palestra e questo pensiero lo sconvolse. Troppo egoista per lui. "Meglio a me che a un’altra persona" si ravvide subito, pentito. "Io alla fine sono fortunato, alla mia età ci sono arrivato. Pensa a quei giovani che devono vivere quello che sto vivendo io". Era mattina. Pioveva. Uscii fuori, salii in macchina e mi misi a guidare a caso. Faceva freddo. Mi sembrò un miracolo anche quello.

Scrissi questo, sul mio taccuino. Aggiungendo alla mia lista - quella in cui si parla di albe, di silenzi, di profumi, di passi - quest’ennesimo miracolo: l’aria. Il valore dell’aria.

Era un periodo in cui il lavoro mi rapiva. Non riuscivo a trovare il tempo necessario per andare da Armido con la solita frequenza di qualche settimana prima. Mi sentivo in colpa. Tanto che ormai non portavo con me neanche più la macchina fotografica. Andavo lì e basta, un po’ come se quello - nella mia testa - fosse un modo ulteriore per chiedergli scusa. Un giorno arrivai in struttura, salii al primo piano ma non lo trovai. Non ci vedevamo dal giorno della cresima di Duccio. Nella sua stanza non c’era, nel bagno non c’era, in palestra non c’era. Nella sala al piano di sotto non c’era. Uscii a cercarlo fuori. Niente. Telefonai a Cristina. Scattò l’allarme. Poi andai ancora un po’ avanti, mi voltai e lo trovai rintanato, solo, in una soffocata geometria d’ombra. A Firenze era arrivato il caldo. Armido mi strinse le mani e ancora prima di dire qualunque cosa venne assalito dall’emozione. Gli occhi lucidi faticavano a trattenere lo sguardo. "Non sto bene". Me lo confessò subito, come a togliersi un peso. Anticipando la mia domanda. "Il problema non è la malattia. Il problema è questa malattia, ché si porta via tutto". Poi guardò il cielo. Vide passare un aereo. "Non puoi capire quanto lo invidio".

Non posso capirlo ma lo sento. Lo sento ancora. Ogni giorno. Anzi, adesso forse più di allora, ogni volta che penso ad Armido o a qualsiasi persona sulla quale dal nulla, per caso, s’è abbattuto orribilmente il destino. Il male è chiuso in una gabbia, bucata, di irragionevole follia. Nel telefono che squilla all’improvviso, che squarcia irrimediabilmente il silenzio. Nel labiale che infrange una vita, trasformandola in ricordo. Ogni volta che infilo le scarpe e prendo un sentiero io ci penso, a quanto sono fortunato. Sapendo bene che il merito non c’entra e neanche il senso di colpa. L’ho spremuto, il mio senso di colpa. Riciclandolo ci ho fatto un rosario, un calendario, una sacca di sangue impossibile da trasfondere. E allora provo a sorridere. Provo a pensare che Armido sarebbe felice, se mi vedesse arrampicare con gioia i sentieri dell’Appennino. Chinerebbe il capo sorridendo, facendo un cenno della mano come a dire vai, Emiliano, vai, vai. Divertiti, cammina, vai. Sicché io vado, faccio tutto quello che posso. Finché posso.

Ritornato dal viaggio in Valle d’Aosta, ero convinto di trovare Armido completamente senza forze. Sbagliavo. Vedendomi entrare, Armido sollevò leggermente la testa e sorrise. Solo mezzo sorriso, come faceva lui, che era anche il suo modo per abbracciare, per dire sono contento che tu sia qui, grazie. Quel sorriso dritto e sincero che valeva di più. Mi sedetti e mi chiese subito del viaggio. Si ricordava tutto, Armido. Ma di questo viaggio in maniera particolare. Perché anche Armido amava la montagna. Quando parlava di montagna si illuminava. Così provai a restituirgli a parole quella gioia smisurata che io sentivo mentre camminavo, da solo, sul confine fra la notte e il giorno. L’ultimo freddo, i pensieri lenti, gli abeti immobili. Il silenzio, denso. L’essere parte di un immenso. Poi gli mostrai qualche fotografia. E nei suoi occhi, persi fra i boschi e negli spazi infiniti, partì una scintilla. Per un attimo riuscì quasi a dimenticare il presente e a tornare lassù. La voglia indomita di sparire, di smarcare il destino, abbandonandolo per sempre. Come quando lo sorpresi a spiare la futile libertà degli aerei nel cielo. Con un filo di voce, provò quindi a raccontarmi i suoi sentieri, l’odore tiepido dell’erba, il sapore selvaggio del latte appena munto. Poi, aridi di parole adeguate a raccontare così tanta poesia, ci zittimmo. "Prima di sapere di essere malato, avevo promesso a Silvana che l’avrei portata a fare un viaggio". Silenzio. La morfina, il letto bianco, la mano sinistra di Armido a sorreggere il pianto - asciutto - dei suoi occhi. Quella luce si spense e lo sguardo tornò di colpo giù, rasoterra. A cosa servivano, in quel momento, i ricordi?

Quella di Armido è una malattia che spenge il corpo e accende i ricordi. Più oscura il corpo, più illumina i ricordi. Da allora non ho più camminato come facevo prima. Quando parto, prego. Sorrido. Porto con me tutti quelli che posso. Così, anche quando sono solo, non sono mai solo. Cammino insieme a tutte le persone che soffrono, che hanno sofferto, che hanno dovuto abbandonare anzitempo il viaggio. Cammino per chi non può, come un pellegrino dei sogni interrotti. Provando a continuare il mio e il loro viaggio. A vivere ogni istante con gusto e intimità, con clemenza e provvisorietà. A trovare un senso, frugale e profondo, oltre la meta, futile, da raggiungere.
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