emilianocribari

intervista per la casa editrice emuse


Nella tua triade quasi liturgica, la costante è il cammino: poesie che compaiono camminando e fotografie che si cercano camminando. Linguaggio poetico e linguaggio fotografico sono per te intercambiabili o strumenti diversi cui attingi in modi e tempi differenti?
Sono due fiumi che scorrono accanto. Nessuno è affluente dell’altro. Càpita però che durante la tempesta si sfiorino. Dei due, la poesia è nata prima e spesso si riduce a fiumara. Prima boccheggia, poi sparisce. Tornare a farla vivere è un’immensa fatica. La fotografia invece nasce più in alto. Ha più spinta, nel suo viaggio incontra meno impedimenti. Per me, senza fotografia non esiste viaggio. La poesia improvvisamente accade. Quasi sempre camminando. La scovo nell’affanno. Le parole si nascondono fra i rovi, sui sentieri. Parto da casa e m’imbosco a cercarla. Quando la trovo riesco a domare l’impeto della tempesta. Uno è un processo istintivo, euforico, mentre l’altro è un processo puramente terapeutico.

Nel tuo andare e fotografare hai fatto dell’Appennino il tuo territorio elettivo di indagine: indaghi gli effetti dello scorrere del tempo, della ferocia del tempo che passa, la trasformazione della relazione tra presenza umana e onnipresenza della natura, i vuoti di un territorio che si scarnifica, i silenzi. È una questione di appartenenza, di radici, o l’Appenino è un territorio che incarna meglio di altri quello che ti interessa raccontare?
In realtà le mie radici affondano a Sud. L’Appennino è una conquista, una scoperta. È la mia quota ideale: un mare in punta di piedi che non riesce a toccare le vette alpine. Su queste montagne coesistono l’alpe e la foresta, i pastori, i poeti, gli eremiti. Convivono silenzi e clamori. Basta ascoltare. Lungo la "Linea Gotica" il vento ancora trema. L’aria è satura d’armenti, di campane, di preghiere; sa di latte e di neve. Seduto in mezzo ai ruderi dei vecchi villaggi osservo il lento ruminìo della natura: il bosco imperturbabile che avanza. Ogni tanto passa qualcuno. Anime liete, inquiete. Qua e là spuntano storie e reperti. Cenni di un vecchio modo di stare al mondo.

Un elemento importante, se non per certi versi "portante", del tuo lavoro è tenere traccia di ciò che si potrebbe dimenticare. Un atteggiamento che, per certi versi, potrebbe far per pensare che non ci sia spazio per l’ingresso del nuovo, e dell’ancora possibile. Come ti poni sul piano fotografico in relazione alla sorpresa, all’evento inatteso?
Ripenso a quella famosa fotografia di Cartier-Bresson: quella della scala a forma di spirale, ripresa dall’alto. L’attesa di un soggetto che irrompa nella scena
muovendola, innescandola, irrorandola di sangue e significato. Camminare in un paese deserto significa attendere, ascoltare. In quel silenzio tutto è manifesto: un colpo di vento, un gatto, la tendina di un casa che si scosta a curiosare. La vita minima dei luoghi ha voce chiara e sotterranea. Certe volte la fotografia è il gesto d’intesa tra l’otturatore e quest’impercettibile fremito di vita; altre volte è l’assenza pura, il palesarsi di nulla. Di questi luoghi provo a raccontare ciò che è appena visibile: l’equilibrio tra un passato deflagrato e l’incontro - ormai sempre più raro - con qualcuno che scuota questa fissità.

C’è una citazione di Madre Teresa che amo molto e che contiene diversi elementi che attraversano il tuo lavoro: "Il silenzio è l’inizio di tutto. Il silenzio porta alla preghiera. La preghiera alla fede. La fede all’amore. L’amore all’azione". Come ti descriveresti in relazione a questa suggestione?
C’è tutto, sì. Io vivo nel silenzio. Nella voce agile dei boschi; nella parola incomprensibile e cara, salmodiante, che è così simile al silenzio. Troppe volte, camminando, mi sorprendo a borbottare, a elaborare, a tormentarmi di pensieri inutili. Invece basterebbe ascoltare. Farsi vivere, accogliere. Spogliarsi di ogni involucro fino a non sentire altro che odori, suoni, e una muta gratitudine per tutto. Camminare è un modo atletico di pregare.

Da quali letture ti sei fatto e ti fai ispirare?
Da due o tre mesi ho ripreso in mano, dopo anni, Pavese. Basterebbe lui. Nei suoi libri c’è tutto: la guerra, un fiore. Ci sono gli anni rampicanti che divorano gli esseri umani. Poi Corrado Alvaro, Giovanni Lindo Ferretti, Chandra Livia Candiani, Mariangela Gualtieri, Tiziano Terzani, Beppe Fenoglio, Antonia Pozzi, Mario Rigoni Stern. Potremmo incantarci e scaldarci davanti a una lista infinita. Tra i fotografi, Mario Dondero. Il generoso, il vagabondo, il sognatore. Il fotografo gentile.
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