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note sparse sui luoghi


Rifugio Quintino Sella al Felik. 3.585 metri sul livello di un mare che non ho mai sentito così lontano. Ho la nausea e un dolore, incessante, alle tempie. Non riesco neanche a muovermi per chiedere qualcosa di caldo. Ora che tutto tace, la notte è un’uggiosa sentenza sopra le teste orizzontali, schiacciate, strette. Chi non riesce a dormire aspetta. Ospite e prigioniero del buio. Fagocitato da un’invisibile distesa di ghiaccio. Le due, le due e trenta, le tre. Le tre e trenta. Le quattro. Un’orchestra di orologi si sveglia inutilmente. C’è già fermento di gente. Un tè, qualche fetta di pane e marmellata, i ramponi, l’imbracatura. Fuori il vento fa la scorta al grido immateriale dei corvi. Ci leghiamo e incominciamo a salire. Il sole - dicono - sorgerà là. Passi lenti masticano a tempo il bianco croccante. Non sento suoni né odori. "Io invece sento anche l’odore dei ghiacciai" mi ha detto un giorno Chantal mentre camminavamo lungo il Ru d’Arlaz. La prima luce sbuccia la montagna affilata e svela tutto. I due Lyskamm, il Cervino. I pensieri dondolano e fanno il fiatone, aspettando il vero sole. Ci siamo quasi. L’aria si sottrae e diventa sempre più fredda. Alzo il capo. Una sottile cresta di ghiaccio si leva da un maestoso corpo di nuvole. È il Castore, figlio di Zeus e protettore dei naviganti in difficoltà. Sono a galla. Mi accorgo di me. Affondo lo sguardo senza cercare niente.

Case, case che sembrano fette morsicate di muri. Eppure sono state fucine, prospere miniere di storie. Storie di uomini e di donne. Di bambini, di animali. In questi spazi in cui oggi regna un silenzio ossessivo, ronzante, una manciata d’anni fa si lavorava, si vociava, si stava. I vecchi riposavano, invecchiavano, morivano. I bambini giocavano. E tutti, certi giorni o alla sera, cantavano, al calore di un fuoco incessantemente acceso. Questi luoghi erano altari. Ricoveri poveri e sacri. Nascondigli. Rifugi condivisi in cui si sfinivano le braccia e i rituali. Le case non avevano un nome: erano un nome. E solo quel nome, solo quella melodiosa suggestione, basterebbe a navigare, per ore. Così quando le vedo, dissepolte, scheletriche, zitte, che non oppongono più nemmeno un’innocua resistenza, mi siedo lì vicino a fare veglia. E finalmente sento il bosco bollire, fremere, rimuginare. Non c’è altro che un’eco, ogni tanto un guizzo, un pesticcìo. La presenza di invisibili sentinelle. Testimoni e custodi di questa benedetta, segreta, innocenza.

Frugano gli uccelli fra gli ulivi e fuggono impauriti. Stanco dell’asfalto, prendo un sentiero che ho trovato sulla carta. Una visione schizofrenica di ulivi e fichi d’India. Una vertigine di orti, di profumi, di canti d’uccelli. So dove devo andare ma la strada è sparita, la terra l’ha mangiata. Ha fatto bene. È un onore, perdersi qua. Devo scavalcare cancelli, muretti, recinzioni. Salto una recinzione e trovo filo spinato. Salto il filo spinato e trovo un cancello, la rete di un letto. I cardi graffiano, si conficcano nella pelle. Lungo la strada ritrovata, un branco di pecore mi scaccia. Da lontano sento le campane che hanno al collo: ogni momento annunciano la messa della vita, l’ora esatta per gioire. Un motorino si tuffa in un campo. Ancora curve. Ancora salita. Poi, improvvisamente, Gallicianò. A Gallicianò non si arriva: appare. Si svela fra scintille di oleandri odorosi. Da lontano il paese sembra finto, dipinto. Chiuso per meraviglia. Mi passa accanto un’automobile: "Se la vostra cucina fa fumo, noi eliminiamo il fumo dalla vostra cucina a gas", "Donne, è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio", "Aggiustiamo gli ombrelli e le cucine a gas". La prima persona che incontro è una donna anziana vestita di nero. La saluto, entro in piazza. Devo cercare urgentemente una fontana. Un’altra donna - abiti balcanici e movenze gitane - sta scopando per terra. Sembra uscita da un libro di Monika Bulaj. In piazza cinque persone canticchiano un’antica canzone in grecanico. Ascolto estasiato. Gallicianò è distante da tutto. È uno Stato. Ha un’estetica e un orgoglio. Mentre raggiungo la fontana un’altra donna - sempre anziana, sempre tutta vestita di nero - è seduta sui gradini di casa. Pulisce fiori di zucca. "Salve". "Salve". "Dove stai andando?". "A Bova". "Ma a piedi?". "Sì…". Le viene da ridere. "Vai, vai, che ti sciali camminando! I nostri genitori andavano sempre a piedi. Siamo noi che prendiamo le macchine per tutto e poi ci ammaliamo. Bravo!». Vengo via da Gallicianò incredulo, stordito. L’ultima immagine che ho è quella di due anziani seduti, immobili, uno dietro l’altro, davanti alla porta di casa. Non proferiscono parola. Assistono inermi, forse felici forse sgomenti, al solito spettacolo: le case in alto, la chiesa ortodossa, due nuvole, la montagna.
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